Immaginate una delle strade più trafficate di una grande metropoli. Auto, cemento, viadotti, rumore. Ora immaginate che le colonne che sorreggono quella stessa infrastruttura siano ricoperte di vegetazione.
A Città del Messico questa immagine esiste davvero.
Si chiama Vía Verde ed è uno dei progetti di rigenerazione urbana più interessanti degli ultimi anni: un sistema di giardini verticali installati sui pilastri del Periférico, una delle principali arterie stradali della capitale messicana.
L’idea è associata all’architetto Fernando Ortiz Monasterio e nasce da una domanda apparentemente semplice: se nelle metropoli è difficile trovare nuovi spazi per creare parchi, perché non utilizzare le enormi superfici urbane che esistono già?
Il World Economic Forum descrive Vía Verde come un intervento che ha trasformato oltre 1.000 colonne di cemento in più di 60.000 metri quadrati di giardini verticali.
Quando un’infrastruttura cambia funzione
Il principio è interessante proprio perché non richiede necessariamente la costruzione di nuovi spazi.
Le colonne rimangono colonne. Il viadotto continua a svolgere la sua funzione. Ma una superficie prima sostanzialmente passiva acquista una seconda funzione.
Diventa supporto per la vegetazione.
È una forma di infrastruttura multifunzionale: invece di chiedersi soltanto cosa costruire, si prova a capire come utilizzare meglio ciò che è già presente nelle città.
Secondo le informazioni diffuse sul progetto, Vía Verde utilizza strutture prefabbricate applicate ai pilastri e sistemi di irrigazione studiati per mantenere la vegetazione. Il progetto ha fatto ricorso sia alla raccolta dell’acqua piovana sia all’utilizzo di acqua trattata; la società Vía Verde dichiara oggi di utilizzare acqua reflua trattata, evitando il consumo di acqua potabile per l’irrigazione.
Non è il cemento a respirare
L’immagine è efficace, ma vale una precisazione.
Il cemento, naturalmente, non produce ossigeno.
È la vegetazione installata sull’infrastruttura a trasformare una superficie minerale in uno spazio biologicamente attivo.
Le piante possono intercettare parte delle polveri presenti nell’aria, assorbire CO₂ attraverso la fotosintesi, creare ombreggiamento e contribuire al microclima locale.
Il progetto è stato presentato anche con obiettivi molto ambiziosi in termini di filtrazione degli inquinanti. Alcune delle cifre diffuse negli anni derivano però dalle stime dei promotori del progetto e non vanno confuse automaticamente con misurazioni indipendenti dell’effettiva riduzione dell’inquinamento dell’intera città.
Ed è proprio questo il punto più interessante: un giardino verticale non sostituisce politiche per ridurre traffico ed emissioni, ma può diventare uno degli strumenti a disposizione di una città.
Il problema dello spazio nelle grandi metropoli
Creare un nuovo parco nel centro di una città densamente costruita può essere estremamente difficile.
Servono aree disponibili, investimenti, pianificazione e spesso profonde trasformazioni urbanistiche.
Pareti cieche, viadotti, pilastri, coperture e altre infrastrutture rappresentano invece migliaia di metri quadrati già esistenti.
Vía Verde nasce esattamente da questa logica.
Lungo il Periférico il progetto ha utilizzato superfici che altrimenti sarebbero rimaste semplicemente cemento. Il modello ha attirato attenzione anche fuori dal Messico e, negli anni successivi, la tecnologia sviluppata dall’azienda è stata proposta per altri progetti internazionali.
La manutenzione resta la vera sfida
C’è però un elemento che spesso viene dimenticato quando si parla di città verdi: la vegetazione è un’infrastruttura viva.
Non basta installarla.
Servono irrigazione, monitoraggio, manutenzione e controlli continui.
Nel corso della storia di Vía Verde sono emerse anche criticità. Già nelle prime fasi erano stati segnalati problemi relativi allo stato di alcune installazioni; nel 2023 alcuni residenti hanno inoltre denunciato infiltrazioni e fessurazioni in alcune colonne del Periférico, chiedendo verifiche alle autorità. Le segnalazioni erano accuse dei residenti e non equivalgono, da sole, a una dimostrazione che i giardini ne fossero la causa.
È un aspetto importante perché rende il caso messicano ancora più interessante: innovare significa anche progettare ciò che accadrà dieci o vent’anni dopo l’installazione.
E se provassimo a guardare Roma nello stesso modo?
Il concetto può essere applicato idealmente a moltissime città italiane.
Pensiamo, per esempio, a Roma.
Viadotti, cavalcavia, parcheggi multipiano, facciate senza aperture e infrastrutture stradali costituiscono una quantità enorme di superficie urbana.
Non significa che ogni pilastro debba necessariamente diventare un giardino verticale.
Significa cambiare domanda.
Invece di chiederci soltanto:
“Dove possiamo trovare spazio per aggiungere qualcosa?”
potremmo iniziare a domandarci:
“Come possiamo far lavorare meglio quello che abbiamo già costruito?”
È una riflessione che riguarda il verde, ma anche l’energia.
Tetti che producono elettricità grazie al fotovoltaico. Edifici che riducono i propri consumi. Batterie che accumulano energia. Superfici urbane che aiutano a migliorare il microclima.
L’idea comune è la stessa: trasformare elementi passivi della città in elementi capaci di svolgere nuove funzioni.
Ed è forse questa una delle sfide più interessanti della transizione sostenibile.
La città del futuro non sarà necessariamente quella che costruirà di più.
Potrebbe essere quella che riuscirà a utilizzare molto meglio ciò che possiede già.



